Antiossidanti e chelanti nei cosmetici: a cosa servono

|Laboratorio Hunger Ricci
Mela tagliata a meta, una meta fresca e una ossidata, campo verde

Nell'INCI di una crema convivono due categorie di ingredienti con destinatari diversi. Alcuni lavorano sulla pelle. Altri lavorano sul prodotto, e senza di loro il prodotto non arriverebbe integro alla fine della sua vita utile.

In breve

  • Gli antiossidanti hanno due mestieri. Come additivo tecnico proteggono la formula dall'ossidazione; come ingrediente funzionale proteggono la pelle dai radicali liberi.
  • I chelanti non agiscono sulla pelle. Catturano ferro e rame, i metalli che catalizzano la lipoperossidazione degli acidi grassi insaturi, e così sostengono anche il sistema conservante.
  • Le dosi sono minime: da 0,01 a 0,5 per cento per un antiossidante, da 0,05 a 0,2 per cento per un chelante.
  • Più un olio è insaturo, più è fragile. Lo stesso doppio legame che lo rende fluido e penetrante lo rende instabile.
  • Un INCI corto non è automaticamente un INCI migliore. Una formula ricca di oli insaturi e priva di antiossidanti e chelanti è destinata a irrancidire, e l'irrancidimento genera sottoprodotti irritanti.

Antiossidanti, due mestieri distinti

La stessa parola indica due funzioni che non vanno confuse.

Come additivo tecnico, l'antiossidante protegge la formula dall'ossidazione, cioè ne garantisce stabilità e durata. Come ingrediente funzionale, protegge la pelle dai radicali liberi, ed è in questo ruolo che compare nei claim anti-età.

Trovare tocoferolo, il nome INCI della vitamina E, in etichetta non dice di per sé in quale dei due ruoli sia stato inserito. Lo suggeriscono la posizione nella lista e il tipo di prodotto. Sotto quella voce, poi, non c'è una sola molecola: esistono otto tocoferoli, e il più attivo è l'alfa-tocoferolo. Accanto a loro si incontra spesso l'ascorbil palmitato, una delle forme stabili della vitamina C, resa necessaria dal fatto che l'acido ascorbico tal quale è instabile, e nelle formule ricche di grassi vegetali la lecitina.

Perché gli oli vegetali sono fragili

Le sostanze grasse vegetali sono le più esposte all'ossidazione, per il loro alto contenuto di acidi grassi insaturi. La regola è diretta: più alto il grado di insaturazione, maggiore il rischio.

Il legame fra struttura chimica e comportamento è leggibile in pochi numeri. A parità di lunghezza della catena, l'acido stearico senza insaturazioni fonde intorno ai 70 °C ed è solido, l'acido oleico con un doppio legame intorno ai 16 °C, il linoleico con due doppi legami sotto lo zero. Le insaturazioni creano ripiegamenti che impediscono alle catene di impaccarsi in modo ordinato: da qui la maggiore fluidità e, insieme, la maggiore capacità di penetrare la cute.

I trigliceridi costituiscono generalmente oltre il 95 per cento di oli e burri. Il resto fa la differenza: la quota di acidi grassi liberi va da meno dell'1 per cento fino al 5 per cento, e una concentrazione elevata è indice di bassa qualità della materia prima.

I cofattori che innescano il processo sono quattro: ossigeno, luce, calore e metalli. L'irrancidimento non altera solo colore e odore, genera sottoprodotti irritanti, ed è questo il motivo per cui una formula ossidata va sostituita e non usata fino in fondo.

Il dosaggio tipico di un antiossidante va da 0,01 a 0,5 per cento, e sono frequenti le combinazioni sinergiche: vitamina C e vitamina E insieme, o l'acido lipoico, antiossidante sia in fase acquosa sia in fase lipidica, che rigenera l'attività antiossidante delle vitamine A, C ed E e del glutatione.

Alcuni oli portano con sé il proprio antiossidante

Non tutta la protezione viene aggiunta dall'esterno. Oli e burri contengono una frazione che non reagisce con le basi forti, detta insaponificabile: da meno dell'1 per cento fino a circa il 10 per cento, e il burro di karité è fra i più ricchi. Lì si trovano fitosteroli, alcoli grassi, carotenoidi e tocoferoli, abbondanti nel mais e nel girasole.

I chelanti, il presidio meno visibile

I sequestranti, o chelanti, catturano gli ioni metallici, in particolare ferro e rame, che catalizzano la lipoperossidazione degli acidi grassi insaturi. Sono molecole con "chele" che bloccano i cationi.

Il dosaggio è minimo, tra 0,05 e 0,2 per cento, ma l'efficacia è sproporzionata rispetto alla quantità. Legando anche calcio e magnesio, che servono alla stabilità delle membrane e all'attività enzimatica dei microrganismi, potenziano indirettamente anche il sistema conservante.

In etichetta si riconoscono come Sodium Phytate, Tetrasodium Glutamate Diacetate, Sodium Citrate. Il citrato di sodio, abbinato all'acido citrico, fa anche un secondo lavoro: forma un sistema tampone che tiene stabile il pH, da cui dipendono funzionalità e stabilità della formula.

Antiossidanti scelti per la pelle

Accanto a quelli che proteggono la formula ci sono gli antiossidanti inseriti per la pelle: i polifenoli del tè verde e gli antocianosidi del mirtillo, flavonoidi che contrastano i radicali liberi e rinforzano le pareti dei capillari, e il coenzima Q10, naturalmente presente nel sebo, dove contribuisce alle difese antiossidanti dello strato corneo, e capace di rigenerare la vitamina E dalla forma ossidata.

I radicali liberi contro cui lavorano sono generati da UV, inquinamento, fumo e stress. La quota solare, però, non si affronta con un antiossidante: lì servono i filtri dichiarati.

Il contenitore è parte della formula

Sui quattro cofattori dell'ossidazione si interviene anche fuori dalla formula: dispositivi airless, contenitori non trasparenti, niente contenitori metallici, conservazione al riparo da luce e calore.

Il formato conta anche per la contaminazione: un vasetto a collo largo espone più superficie all'aria di uno a collo stretto, e i sistemi airless sono oggi il modo più efficace di ridurre la contaminazione secondaria. Un olio pregiato in un flacone trasparente, su una mensola illuminata, è un packaging che lavora contro il prodotto.

Durata minima e PAO: cosa dice l'etichetta

Il Regolamento (CE) 1223/2009 chiede di indicare la data di durata minima, cioè la data entro cui il prodotto, opportunamente conservato, continua a soddisfare la sua funzione iniziale, con la dicitura "Usare preferibilmente entro". Per i prodotti con durata pari o superiore a 30 mesi si indica invece il PAO, Period After Opening: il vasetto aperto con il numero di mesi per cui il prodotto, una volta aperto, resta conforme senza effetti nocivi.

È proprio la fase in cui antiossidanti e chelanti contano di più, perché dopo l'apertura il prodotto incontra aria, dita e spatole non sterili. Il sistema conservante si verifica con il challenge test: si inoculano batteri, lieviti e muffe e si misura in quanto tempo vengono neutralizzati. I conservanti ammessi e le loro concentrazioni massime sono fissati dall'Allegato V dello stesso regolamento.

I prodotti anidri, come oli, burri e polveri, non contengono acqua e non richiedono challenge test. Il loro problema non è microbiologico ma ossidativo: per loro il sistema antiossidante non è un extra, è la condizione di esistenza. Il PAO, in ogni caso, dice per quanto tempo il prodotto resta conforme, non quanto tempo serve per giudicarne il risultato.

Come rileggere l'etichetta

Un INCI corto non è automaticamente un INCI migliore: una formula ricca di oli insaturi e priva di antiossidanti e chelanti è destinata a irrancidire. Il problema si pone soprattutto nelle emulsioni acqua in olio, dove la fase grassa sta all'esterno e l'irrancidimento è più rapido.

Due avvertenze aiutano a non trarre conclusioni sbagliate da queste voci. La prima: gli ingredienti sono in ordine decrescente di concentrazione, ma sotto l'1 per cento il produttore può disporli nell'ordine che ritiene più appropriato, quindi il fondo della lista non è una graduatoria. La seconda: nella stessa zona compaiono gli allergeni delle fragranze, obbligatori oltre lo 0,001 per cento nei prodotti senza risciacquo e lo 0,01 per cento in quelli da risciacquo: nomi che spaventano e che segnalano un obbligo di trasparenza rispettato.

Davanti a un prodotto acquoso, come un detergente, la domanda utile non è quanti nomi tecnici contenga ma se contenga quelli che servono: l'assenza totale di un sistema conservante in una formula che contiene acqua è un problema, non un pregio. Quelle poche voci apparentemente tecniche in fondo alla lista sono spesso il motivo per cui il prodotto è ancora buono al secondo mese di utilizzo. Nella Biblioteca degli Ingredienti gli attivi antiossidanti sono descritti con nome INCI e azione cosmetica.

Domande frequenti

A cosa servono gli antiossidanti nei cosmetici?

A due cose diverse. Come additivo tecnico proteggono la formula dall'ossidazione, soprattutto la sua parte grassa. Come ingrediente funzionale sono inseriti per contrastare i radicali liberi sulla pelle, ed è in questo ruolo che compaiono nei prodotti anti-età. Dall'etichetta non si legge quale dei due scopi abbia motivato l'aggiunta: lo suggeriscono la posizione nella lista e il tipo di prodotto.

Cosa sono i chelanti nei cosmetici e fanno male?

Sono molecole che legano gli ioni metallici, in particolare ferro e rame, che catalizzano l'ossidazione dei grassi insaturi. Si usano tra lo 0,05 e lo 0,2 per cento, quantità molto basse rispetto all'effetto che producono. Gli ingredienti ammessi, le loro condizioni d'uso e l'obbligo di valutazione della sicurezza del prodotto finito sono stabiliti dal Regolamento (CE) 1223/2009.

Come capisco se una crema è irrancidita?

I segnali sono l'odore e il colore: l'irrancidimento altera entrambi. Non è solo una questione estetica, perché genera anche sottoprodotti irritanti. Un prodotto in quelle condizioni va sostituito, non usato fino in fondo, e se la pelle reagisce in modo persistente conviene parlarne con il dermatologo.

Quanto dura una crema dopo l'apertura?

Lo dice il PAO, il vasetto aperto con un numero di mesi, obbligatorio al posto della data di durata minima quando il prodotto dura 30 mesi o più. È il tempo per cui il prodotto, una volta aperto, resta conforme senza effetti nocivi, e presuppone una conservazione corretta, al riparo da luce e calore.

La parte onesta

Antiossidanti e chelanti non si scelgono per il risultato sulla pelle, ma perché il prodotto arrivi integro all'ultima applicazione. Un antiossidante tecnico non rende una crema anti-età, e un chelante non fa nulla di visibile: il loro lavoro si misura in ciò che non succede.

Anche quando un antiossidante è inserito per la pelle, la legge è chiara su un punto che la comunicazione tende a ignorare: l'azione attribuita a un ingrediente non può essere estesa al cosmetico che lo contiene. Perché un prodotto possa vantare una funzione, quella funzione va documentata con prove di efficacia. Un elenco di antiossidanti in etichetta, da solo, non dimostra niente.

E c'è un limite più generale. Un cosmetico si applica su cute sana, non ha e non può vantare finalità terapeutica, non cura e non modifica strutture o funzioni fisiologiche. Nessun sistema antiossidante compensa un'esposizione solare non protetta, e nessuna formula sostituisce il lavoro di una barriera cutanea integra. Se la pelle reagisce e non torna in ordine, la valutazione è del dermatologo. Su come lavoriamo e su quali vincoli normativi ci muoviamo abbiamo scritto una pagina dedicata al laboratorio.

Scritto dal Laboratorio Hunger Ricci

Dr. Gabriella Hunger Ricci AG, Novazzano, Canton Ticino. Formuliamo dal 1976.

Chi scrive queste pagine e con quali fonti