La superficie che tocchi quando ti passi una mano sul viso è fatta di cellule morte. Non è un difetto: è il punto di arrivo di un processo che dura ventotto giorni e che ricomincia senza interruzioni.
Il percorso
Tutto parte dallo strato basale, il più profondo dell'epidermide, dove i cheratinociti si dividono. Da lì cominciano a risalire, e mentre risalgono cambiano forma e contenuto.
Nello strato granuloso compaiono i granuli di cheratoialina, ricchi di filaggrina, la proteina che aggrega i filamenti di cheratina in fasci ordinati. Arrivata in superficie, la cellula ha perso il nucleo ed è diventata un corneocita: una lamella piatta di cheratina.
Gli strati che la cellula attraversa
L'epidermide è un tessuto pluristratificato e non vascolarizzato: non riceve sangue direttamente, si nutre per diffusione dal derma sottostante. I cheratinociti ne costituiscono circa il 90% delle cellule, e il tragitto che compiono è sempre lo stesso.
Nello strato basale c'è un'unica fila di cellule cilindriche appoggiate alla membrana basale. È l'unico punto in cui le cellule si moltiplicano, ed è anche dove vivono i melanociti — uno ogni cinque-dieci cheratinociti, ciascuno in contatto con circa trentasei di loro attraverso i dendriti: è l'unità che governa il colore della pelle. Lì si trovano anche le cellule di Merkel, legate alla sensibilità tattile.
Nello strato spinoso i cheratinociti diventano poliedrici e si tengono l'un l'altro con giunzioni chiamate desmosomi, che al microscopio sembrano spine: da qui il nome. È la sede principale delle cellule di Langerhans, le sentinelle immunitarie dell'epidermide.
Nello strato granuloso accadono due cose insieme. Compaiono i granuli di cheratoialina con la filaggrina, e i corpi di Odland liberano i lipidi epidermici che diventeranno il cemento fra le cellule cornee. La cellula, intanto, perde nucleo e organuli.
Uno strato lucido, fatto di poche file di cellule molto piatte che contengono eleidina, esiste soltanto dove la pelle lavora di più: palmo della mano e pianta del piede. Altrove non c'è.
Che cosa resta alla fine
Lo strato corneo è mediamente fatto di quindici-venti file di corneociti sovrapposti. Contiene il 15-20% di acqua, contro circa il 70% degli strati epidermici sottostanti: è secco per costruzione, non per difetto.
L'immagine di lavoro è quella dei mattoni e del collante. I corneociti sono i mattoni; il cemento lipidico che li tiene insieme è composto per il 40-50% da ceramidi, per il 30-40% da colesterolo e per circa il 15% da acidi grassi. Senza ceramidi la perdita d'acqua può arrivare a valori 25-50 volte superiori alla norma, ed è per questo che la barriera si giudica dai lipidi, non dallo spessore.
Sulla superficie, insieme al sebo, c'è poi l'NMF, il fattore idratante naturale, che deriva in parte proprio dal processo di cheratinizzazione: aminoacidi liberi per circa il 40% (soprattutto serina), acido pirrolidoncarbossilico 12%, lattati 12%, urea 7%, più gli elettroliti. Fa tre cose insieme: trattiene acqua, acidifica e tampona, mantenendo il pH fra 4,5 e 5,5. Essendo composto da sostanze idrosolubili, può essere portato via anche da un semplice risciacquo con acqua.
Ventotto giorni, divisi in due metà
Il ciclo si scompone in due fasi di uguale durata. Quattordici giorni di migrazione dallo strato basale allo strato corneo, e altri quattordici giorni di permanenza nello strato corneo prima della desquamazione.
La seconda metà non è tempo sprecato: è in quei quattordici giorni che il corneocita fa il suo lavoro di barriera, cementato ai vicini dai lipidi intercellulari.
Lo stesso ciclo, spessori diversi
La pelle non ha ovunque la stessa consistenza: si va da circa 0,2 mm alle palpebre a 3 mm su dorso, nuca e palmi. Lo stesso ciclo, cioè, non produce dappertutto lo stesso risultato, e la differenza si sente sotto le dita.
Lo spessore risponde anche a ciò che succede sopra. Alla sollecitazione meccanica ripetuta la pelle risponde con ipercheratosi e calli — è il motivo per cui i talloni si comportano diversamente dal viso. E l'abbronzatura, prima che un fatto estetico, è una difesa in due tempi: più melanina e ispessimento dello strato corneo per ipercheratinizzazione.
Questo ha una conseguenza pratica che riguarda i cosmetici: più lo strato corneo è spesso, meno un attivo riesce a entrare. Sul contorno occhi, dove lo strato corneo è più sottile, la stessa formula si comporta in modo diverso rispetto a una gamba abbronzata.
Il ritmo rallenta
Con l'età il turnover diventa più lento. Le cellule morte restano in superficie più a lungo, e da qui derivano l'aspetto spento, la superficie meno uniforme e la minore capacità di riflettere la luce che si associano alla pelle matura.
È la ragione per cui l'esfoliazione ha senso: non perché tolga qualcosa alla pelle, ma perché accompagna un processo che ha perso velocità.
Insieme al rallentamento cambiano altre due cose. Lo strato corneo si assottiglia, e una pelle anziana risulta quindi più penetrabile, non meno: gli attivi entrano più facilmente, e con loro anche ciò che irrita. E la perdita d'acqua transepidermica aumenta con l'invecchiamento; la perdita insensibile di riferimento è di 300-400 ml al giorno, ma cresce con ambienti caldi e secchi, detergenti forti ed esfolianti aggressivi. È la ragione per cui una pelle disidratata non si risolve aggiungendo esfoliazione.
Che cosa può fare un cosmetico su questo ciclo
Gli attivi che intervengono sul rinnovamento si dividono per meccanismo, e il meccanismo conta più del nome sul vasetto.
Gli alfa-idrossiacidi sono dose-dipendenti: intorno al 3-5% lavorano come idratanti, mentre l'acido glicolico al 10-15% diventa esfoliante e schiarente. Il pH pesa quanto la concentrazione: più è basso, più prevale l'esfoliazione. L'acido salicilico gioca un'altra partita: è lipofilo, si scioglie nel sebo e penetra nel follicolo, ed è lì che agisce da cheratolitico sui comedoni.
La niacinamide accelera il rinnovamento cutaneo e favorisce la sintesi dei lipidi cutanei; la vitamina A aumenta la proliferazione dei cheratinociti e lo spessore epidermico, e per questo si ritrova sia nelle formule per pelle sciupata sia in quelle per pelle grassa.
Vale la pena tenere separate tre parole che in etichetta vengono spesso confuse, e che nella lettura dell'INCI fanno la differenza. Gli idratanti trattengono acqua: glicerina, acido ialuronico, alfa-idrossiacidi a bassa concentrazione. Gli emollienti sono grassi che ammorbidiscono: burro di karité, olio di avocado, pantenolo. Gli occlusivi formano un film e frenano l'evaporazione. Tre funzioni diverse, che una formula seria combina invece di sovrapporre.
Perché questo ritmo detta i tempi dei trattamenti
Un ciclo completo dura quattro settimane. Significa che qualunque cambiamento reale nella qualità della superficie cutanea richiede almeno quel tempo per manifestarsi, perché prima devono arrivare in superficie cellule formatesi dopo l'inizio del trattamento.
Valutare un prodotto dopo tre giorni non ha senso fisiologico. Quello che si vede in tre giorni è idratazione superficiale, che è un effetto reale ma diverso e reversibile in poche ore.
Vale anche il contrario, ed è la parte che si dimentica: l'esfoliazione troppo frequente interferisce con un ciclo che ha i suoi tempi, assottiglia lo strato corneo e aumenta la perdita d'acqua. Più spesso non vuol dire meglio.
È anche il motivo per cui una routine va giudicata sui mesi e non sui giorni. Nella Biblioteca degli Ingredienti gli attivi esfolianti sono descritti con il loro meccanismo d'azione, meccanico, chimico o enzimatico.
Non tutta la cheratina ha lo stesso orologio
Il ciclo di ventotto giorni riguarda l'epidermide, non tutto ciò che è fatto di cheratina. L'unghia cresce di circa 0,1 mm al giorno, più velocemente alle mani che ai piedi: una lamina danneggiata si sostituisce in mesi, non in settimane.
Il pelo ha un ciclo ancora diverso, in tre fasi: anagen, la crescita attiva, che per i capelli dura da due a sette anni; catagen, l'involuzione, due-tre settimane; telogen, riposo e caduta, tre-quattro mesi. È il motivo per cui i risultati sui peli incarniti o su una cheratosi pilare si misurano su scale temporali diverse da quelle del viso.
La parte onesta
Nessun cosmetico riprogramma il ciclo di rinnovamento. Un esfoliante allenta i legami di coesione fra corneociti già formati: ne derivano una superficie più liscia, una maggiore penetrazione degli altri attivi presenti nella formula e uno stimolo al rinnovamento cellulare. È un'azione reale e misurabile, ma resta un'azione sullo strato corneo, non un intervento sulla velocità con cui lo strato basale si divide.
Anche sul fronte opposto conviene essere precisi. L'acido ialuronico ad alto peso molecolare non penetra: forma un film idratante di superficie, il che è utile ma è un'altra cosa rispetto a "ricostruire" il derma. Il collagene applicato sulla pelle non oltrepassa la barriera epidermica: nello strato corneo trattiene acqua e leviga, e si ferma lì. Quando servono davvero, quelle molecole passano per via iniettiva, che è competenza medica.
E c'è un limite che non è cosmetico ma di buon senso: una desquamazione che non si risolve, un arrossamento persistente, placche che ritornano sempre negli stessi punti o una macchia o una lesione che cambia aspetto non sono questioni di turnover da correggere con un prodotto. Vanno mostrate al dermatologo, e prima è meglio.
Il resto — accompagnare un ciclo che rallenta, proteggere la barriera mentre lavora, non pretendere in tre giorni ciò che richiede ventotto — è esattamente ciò che un cosmetico ben fatto può fare, ed è già molto. Su come verifichiamo quello che scriviamo e su che cosa la normativa permette di dichiarare, il laboratorio racconta il metodo.
Scritto dal Laboratorio Hunger Ricci
Dr. Gabriella Hunger Ricci AG, Novazzano, Canton Ticino. Formuliamo dal 1976.
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