La pelle trattiene l'acqua che contiene. Sembra ovvio, ed è invece il risultato di due strutture distinte che lavorano insieme e che possono indebolirsi separatamente: il film idrolipidico in superficie e il cemento lipidico tra le cellule dello strato corneo.
Il film idrolipidico
È un'emulsione naturale che ricopre la pelle. La fase acquosa è il NMF, il Natural Moisturizing Factor; la fase grassa è composta da sebo e lipidi epidermici; a tenerle unite sono emulsionanti prodotti dalla pelle stessa, fosfolipidi e colesterolo.
Il NMF è una miscela di sostanze igroscopiche: aminoacidi liberi per circa il 40 per cento, con prevalenza di serina, acido pirrolidoncarbossilico al 12, lattati e acido lattico al 12, urea al 7, più elettroliti come calcio, sodio, magnesio e potassio. Svolge tre azioni contemporanee: trattiene acqua, acidifica la superficie, tampona le variazioni di pH.
Il punto delicato è che il NMF è composto da sostanze idrosolubili. Un risciacquo prolungato con sola acqua basta a portarne via una parte.
Il cemento lipidico
Sotto la superficie, i corneociti dello strato corneo sono tenuti insieme da una matrice grassa prodotta dai corpi di Odland dello strato granuloso: ceramidi per il 40-50 per cento, colesterolo e derivati per il 30-40, acidi grassi per circa il 15. È la struttura che rende lo strato corneo impermeabile.
Il sebo, che costituisce il 95 per cento dei lipidi di superficie, ha una composizione diversa: trigliceridi al 40 per cento, acidi grassi liberi al 20, cere esterificate al 20, squalene al 15, colesterolo e fosfolipidi al 5. Il suo acido grasso caratteristico, l'acido sapienico, non si trova in nessun'altra specie: il nome deriva da Homo sapiens.
Dove la barriera viene costruita
Nessuna delle due strutture arriva dall'esterno: sono entrambe il prodotto finale del ciclo di rinnovamento. Il cheratinocita nasce nello strato basale, migra verso l'alto in circa quattordici giorni e, arrivato allo strato granuloso, fa due cose insieme: accumula granuli di cheratoialina ricchi di filaggrina, la proteina che aggrega i filamenti di cheratina, e libera dai corpi di Odland i lipidi che diventeranno cemento. Poi resta altri quattordici giorni nello strato corneo prima di desquamare. Ventotto giorni in tutto, un ritmo che rallenta con l'età.
Questo spiega perché la barriera non si ripara in un giorno. Un cosmetico può aggiungere materiale al cemento esistente nell'arco di qualche applicazione, ma rimettere in ordine il processo che lo produce richiede di aspettare che quelle cellule completino il loro percorso: è uno dei motivi per cui giudicare un cosmetico in una settimana non ha senso.
La barriera, inoltre, non ha lo stesso spessore su tutto il corpo. Lo strato corneo è più spesso sui palmi delle mani e sulle piante dei piedi, ed è più sottile al contorno occhi: la stessa crema, sullo stesso corpo, incontra due resistenze molto diverse. Cambia anche la dotazione di ghiandole: le sebacee sono presenti su tutta la superficie cutanea tranne il palmo della mano e la pianta del piede, il che spiega perché i talloni non abbiano alcuna riserva di sebo propria. Sulle labbra, invece, le sebacee libere sboccano direttamente in superficie, senza follicolo: una condizione particolare che aiuta a capire perché le labbra si screpolino con tanta facilità.
Il pH è parte della barriera, non un dettaglio
Il film idrolipidico ha pH debolmente acido, fra 4,5 e 5,5: mediamente 5,5 nella donna e intorno a 5 nell'uomo, con differenze per sede — il viso sta fra 4,8 e 5,5, il corpo intorno a 5,6, le ascelle arrivano fino a 6,5. Quell'acidità non è un effetto collaterale: impedisce la proliferazione di batteri, muffe e funghi e tiene in equilibrio il microbiota residente, che a sua volta contribuisce alla difesa competendo con i patogeni.
La cute ha un potere tampone: dopo il contatto con un prodotto alcalino ripristina il proprio pH in circa due ore. È l'uso ripetuto, non l'episodio singolo, a logorare questo meccanismo. Quando il pH si sposta stabilmente verso valori basici — per detersione scorretta protratta, per patologie cutanee o in una pelle seborroica — la superficie diventa più suscettibile alle infezioni batteriche e micotiche, e riportarlo nel range fisiologico diventa il primo obiettivo di qualunque trattamento sensato.
La barriera funziona nei due sensi
Lo strato corneo non limita soltanto l'uscita dell'acqua: limita anche l'ingresso di tutto il resto, e non è del tutto impenetrabile. Un attivo che entra nella pelle deve superare tre ostacoli nell'ordine: il film idrolipidico, i corneociti cementati dai lipidi, e una barriera elettrostatica negativa che si oppone al passaggio degli elettroliti e delle molecole con carica negativa.
Passano con più facilità le molecole sotto i 500 Dalton, con un coefficiente di ripartizione ottanolo/acqua intorno a 2-3. La via annessiale esiste ma conta poco: i follicoli piliferi occupano circa lo 0,1 per cento della superficie corporea, e il contributo delle ghiandole sudoripare è considerato trascurabile. Un dettaglio importante nella pratica: la penetrazione aumenta quando la pelle è idratata, perché le lamelle dello strato corneo rigonfiano e oppongono meno resistenza. Una pelle con la barriera danneggiata, quindi, assorbe di più — compresi gli ingredienti che la irritano. È la ragione per cui su una pelle in difficoltà si semplifica la routine invece di aggiungere attivi.
Idratanti, emollienti, occlusivi: tre mestieri diversi
Qui la terminologia conta, perché le tre famiglie non sono interscambiabili e un prodotto può averne una sola.
Gli idratanti sono sostanze igroscopiche che trattengono acqua nello strato corneo: glicerina, miele, aminoacidi, e come riserva di superficie l'acido ialuronico, che per dimensione molecolare resta in buona parte sopra la barriera. Gli emollienti sono i grassi che ammorbidiscono lo strato corneo e lo rendono meno ruvido: burro di karité, olio di avocado, pantenolo. Gli occlusivi formano un film in superficie e frenano l'evaporazione: siliconi come il dimeticone e cere come la cera d'api non penetrano affatto, per peso molecolare, e proprio per questo sono utili dove la protezione deve restare fuori.
Accanto a queste tre categorie stanno i lipidi simil-epidermici — squalano, insaponificabili di oliva, lecitina — che non trattengono acqua né occludono, ma reintegrano il materiale di cui è fatto il cemento. La forma cosmetica fa il resto: un'emulsione O/A o A/O veicola gli stessi ingredienti in modo molto diverso.
La TEWL, misura dell'efficienza
La perdita d'acqua attraverso la cute si chiama TEWL, Transepidermal Water Loss, ed è l'indicatore più diretto dell'efficacia della funzione barriera. In condizioni fisiologiche si attesta sui 300-400 millilitri al giorno.
Aumenta con gli ambienti caldi e secchi, con l'età, con i detergenti troppo aggressivi e gli esfolianti usati con eccessiva frequenza, e ovviamente in presenza di lesioni cutanee: in ustioni e ferite estese la perdita può diventare tale da compromettere funzioni vitali. Quando la TEWL sale, la pelle si disidrata anche applicando prodotti idratanti: l'acqua entra e se ne va.
Che cosa la indebolisce, e che cosa non succede
I saponi veri sono sali alcalini di acidi grassi e lavorano a pH alcalino; i syndet, i detergenti sintetici, lavorano a pH acido e sono molto meglio tollerati. Usati tutti i giorni su una pelle già fragile, i primi spostano il pH e asportano NMF e lipidi più di quanto la pelle riesca a rimpiazzare: è il meccanismo per cui una doppia detersione fatta con due prodotti aggressivi peggiora la situazione invece di migliorarla.
Va però detto chiaramente che cosa non succede, perché è un punto su cui circola molta confusione quando si parla di pelle grassa. Una detersione aggressiva non induce la ghiandola sebacea a produrre più sebo: la secrezione sebacea è continua e governata dagli androgeni, e prosegue al suo ritmo mentre la barriera resta scoperta. Il risultato — una pelle che appare unta e contemporaneamente tira — non è un rimbalzo compensatorio della ghiandola, ipotesi non dimostrata, ma una barriera indebolita sopra una produzione di sebo invariata.
Che cosa cambia nella pratica
Alipica e disidratata non sono la stessa cosa. Alla pelle alipica manca la componente grassa; alla pelle disidratata mancano acqua e NMF. Una pelle grassa può essere disidratata, ed è un caso tanto frequente quanto frainteso.
Sul piano cosmetico questo significa due strategie distinte: reintegrare i lipidi con squalano, burri e oli affini al sebo, oppure reintegrare i fattori idratanti con glicerina, pantenolo, acido ialuronico e sostanze filmogene che rallentano l'evaporazione. Nella maggior parte dei casi servono entrambe, in proporzioni diverse.
Nella Biblioteca degli Ingredienti ogni fitoattivo è descritto con nome INCI e azione cosmetica, così da riconoscere quale componente della barriera va a sostenere; il Decoder INCI aiuta a leggere l'elenco di un prodotto che si ha già in casa.
Quando non è più questione di cosmetici
Desquamazione persistente, prurito, chiazze che tornano sempre negli stessi punti non sono necessariamente una barriera da riparare: eczema, psoriasi e dermatite seborroica aumentano la TEWL come effetto della malattia, e il cosmetico lì può al massimo accompagnare una terapia, non sostituirla. La diagnosi è del dermatologo, e rinviarla usando creme per mesi fa solo perdere tempo.
La parte onesta
Un cosmetico non ricostruisce la barriera: integra ciò che la pelle produce. Nessuna crema sostituisce la sintesi dei lipidi epidermici, che avviene nello strato granuloso e segue i tempi del rinnovamento cellulare; nessun prodotto resta nella barriera in modo permanente, e sospendendolo si torna alla condizione di partenza del proprio tipo di pelle. La TEWL, poi, si misura con strumenti in condizioni controllate: la sensazione di pelle che tira è un indizio utile, ma non è una misura.
Sui limiti di ciò che un cosmetico può dichiarare, e su come questi vincoli guidano il nostro lavoro di formulazione, abbiamo scritto nella pagina del laboratorio.
Scritto dal Laboratorio Hunger Ricci
Dr. Gabriella Hunger Ricci AG, Novazzano, Canton Ticino. Formuliamo dal 1976.
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