Il microbiota cutaneo: la flora che protegge la pelle

|Laboratorio Hunger Ricci
Campana di vetro su un cerchio di muschio verde, campo rosa

La pelle sana non è sterile e non deve esserlo. Sulla sua superficie vive stabilmente una popolazione di microrganismi che fa parte del sistema di difesa, non del problema.

Chi c'è

La flora residente comprende Propionibacterium, Corynebacterium, Staphylococcus epidermidis e Malassezia. Sono presenze stabili, non contaminazioni occasionali, e la loro composizione varia secondo la sede corporea: il cuoio capelluto, l'ascella e l'avambraccio ospitano equilibri diversi.

La differenza non è casuale: cambia l'ambiente. Cambia il sebo disponibile, cambia l'umidità, e cambia perfino l'acidità della superficie — il viso sta fra 4,8 e 5,5, il corpo intorno a 5,6, l'ascella può arrivare a 6,5. Ogni valore seleziona popolazioni diverse. Vale anche in profondità: il follicolo pilifero, circa lo 0,1% della superficie corporea, è una nicchia riparata e ricca di sebo.

Dove vive: il film idrolipidico

La superficie cutanea è ricoperta da un'emulsione naturale, il film idrolipidico, tenuta insieme da emulsionanti che la pelle produce da sé: fosfolipidi e colesterolo.

La fase acquosa è l'NMF, il fattore di idratazione naturale, che viene dal contenuto delle cellule cornee, dal sudore e dal processo di cheratinizzazione: circa il 40% aminoacidi liberi, soprattutto serina, il 12% acido pirrolidoncarbossilico, un altro 12% lattati e acido lattico, il 7% urea. Fa tre cose insieme: trattiene acqua, acidifica la superficie e la tampona, cioè riporta il pH nel suo intervallo quando qualcosa lo sposta.

La fase grassa è per il 95% sebo e per il 5% lipidi prodotti dai cheratinociti: ceramidi per il 40–50%, colesterolo e derivati per il 30–40%, acidi grassi per circa il 15%. Quanto sia specifico questo terreno lo dice un dettaglio: l'acido grasso caratteristico del sebo umano è l'acido sapienico, che non si trova in nessun'altra specie e prende il nome da Homo sapiens.

Cosa fa per la pelle

Il contributo si articola su tre fronti. Il primo è la competizione: occupando lo spazio e consumando i nutrienti disponibili, la flora residente rende difficile l'insediamento dei patogeni. Il secondo è chimico: alcuni di questi microrganismi producono acidi grassi ad azione antibatterica. Il terzo è immunologico, perché la presenza costante di questa popolazione stimola il sistema immunitario cutaneo mantenendolo in allerta.

Il secondo punto si capisce meglio guardando il sebo: 40% trigliceridi, 20% acidi grassi liberi, 20% cere esterificate, 15% squalene, 5% colesterolo e fosfolipidi. Sono gli acidi grassi liberi ad avere azione disinfettante: la difesa chimica della superficie è in parte nostra e in parte loro.

Il terzo va inquadrato: la difesa microbica non è affidata a un meccanismo solo, ma a cinque insieme — barriera meccanica dello strato corneo, pH acido, acidi grassi del sebo, competizione della flora residente, cellule immunitarie della cute. Il microbiota è uno dei cinque, non l'unico.

Il legame con il pH

Questa flora prospera in ambiente acido, lo stesso pH tra 4,5 e 5,5 che caratterizza il film idrolipidico. Il rapporto è circolare: il pH acido favorisce la flora residente, e la flora residente contribuisce a mantenerlo acido.

Quando il pH si sposta verso l'alcalinità, l'equilibrio si inclina a favore di specie che in condizioni normali resterebbero minoritarie.

I valori medi sono 5,5 nella donna e circa 5 nell'uomo. Non è un dato decorativo: quando il pH sale verso la neutralità la pelle diventa più suscettibile alle infezioni batteriche e micotiche, e riportarlo nel suo intervallo è un obiettivo primario del trattamento.

Cosa lo destabilizza

Tre fattori sono documentati: l'uso eccessivo di antibiotici, i detergenti aggressivi e le condizioni di immunosoppressione.

Il secondo è l'unico su cui si interviene con scelte cosmetiche quotidiane. Un sapone alcalino usato due volte al giorno, per mesi, non rimuove soltanto il sebo: sposta il pH e rimuove parte dei lipidi protettivi, e con essi le condizioni in cui la flora residente lavora bene. È anche il motivo per cui sgrassare a fondo una pelle grassa la peggiora invece di migliorarla.

Su quest'ultimo punto conviene essere precisi: una detersione aggressiva non convince la ghiandola sebacea a lavorare di più. La ghiandola continua al proprio ritmo, regolata soprattutto dagli ormoni; quello che cambia è che la superficie resta scoperta più a lungo, con i lipidi rimossi e il pH spostato.

C'è poi un aspetto che rende questa superficie più fragile di quanto sembri: l'NMF è fatto di sostanze idrosolubili e può essere rimosso anche solo risciacquando con acqua. È il motivo per cui una pelle lavata molte volte al giorno arriva comunque disidratata, con una TEWL più alta — la perdita insensibile di acqua, fisiologicamente sui 300–400 ml al giorno.

Il detergente: conta il tipo, non solo la frequenza

Un sapone vero — tensioattivo anionico ottenuto per saponificazione di grassi con soda o potassa — ha un pH basico, fra 8 e 10: non è un difetto di formulazione, è la sua natura. Applicato su una superficie che sta fra 4,5 e 5,5 sposta il pH di parecchio, e il suo potere sgrassante non distingue fra lo sporco e i lipidi protettivi.

I syndet, le miscele di tensioattivi sintetici diffuse dai primi anni Sessanta, permettono invece di scegliere il pH: circa 3,5 per un detergente intimo, 4,5–5,5 per il viso, 6–7 per uno shampoo. Un secondo criterio, meno noto, riguarda il numero: una miscela di tre o più tensioattivi diversi è in genere più dermocompatibile di uno solo in concentrazione alta, con un primario che deterge e uno o più secondari — spesso una betaina — che ne riducono l'aggressività.

L'aggressività, del resto, si misura: il test della zeina impiega una proteina del mais che diventa tanto più solubile quanto più il tensioattivo è aggressivo. È uno dei parametri con cui un laboratorio sceglie una base lavante. Quello che non è un criterio è la schiuma: un composto schiumogeno non ha necessariamente un buon potere detergente. Vale soprattutto dove la tentazione di detergere a fondo è più forte, cioè sulle pelli con tendenza impura e nell'acne adulta.

E i conservanti del cosmetico?

Se un prodotto contiene sostanze che bloccano la crescita microbica, cosa succede alla flora della pelle? Un cosmetico con acqua è terreno favorevole a batteri, muffe e lieviti, e una volta aperto incontra aria, dita e spatole non sterili. La norma non chiede che sia sterile: chiede carica microbica controllata e assenza dei patogeni — Candida albicans, Escherichia coli, Pseudomonas aeruginosa, Staphylococcus aureus. Sostanze ammesse e concentrazioni massime stanno in una lista positiva, l'Allegato V del Regolamento (CE) 1223/2009.

Fra i requisiti di un buon sistema conservante c'è esplicitamente quello di non impattare negativamente sulla flora cutanea residente: per questo si usano miscele a basse concentrazioni anziché un singolo conservante spinto. Conta poi ciò che l'etichetta non racconta: i prodotti anidri — oli, burri, polveri — non offrono acqua ai microrganismi, e un sistema airless limita la contaminazione dopo l'apertura molto più di un vasetto a collo largo.

Quando non è più una questione cosmetica

Esiste una soglia oltre la quale lo squilibrio smette di essere un tema di detersione. La Malassezia, che fa parte della flora normale, in certe condizioni prolifera e dà la pitiriasi versicolor: chiazze a confetti sul tronco, più chiare d'estate perché schermano gli UV, più scure d'inverno. Nelle pieghe umide può comparire una candidiasi, con eritema e macerazione. Sul versante infiammatorio c'è la dermatite seborroica.

Il confine, qui, è netto: sono condizioni di competenza medica. Non si trattano con un cambio di detergente e non si trattano in istituto, dove un'infezione attiva è una controindicazione assoluta. Una chiazza che persiste o si estende, o un prurito senza causa apparente, vanno visti dal dermatologo.

Come tradurlo in pratica

Il criterio non è detergere meno, è detergere in modo compatibile: prodotti a pH isodermico, tensioattivi delicati in miscela, niente detersioni ripetute più del necessario. La pelle non ha bisogno di essere sgrassata a fondo, ha bisogno di essere pulita. Sulla doppia detersione vale lo stesso principio: ha senso quando c'è qualcosa da rimuovere, non come rito quotidiano.

La frequenza va commisurata a ciò che c'è da togliere, e cambia secondo il biotipo e la stagione. Gli esfolianti vanno contati fra i fattori che alzano la TEWL quando si usano troppo spesso. E dopo la detersione conviene restituire ciò che è stato tolto, distinguendo le due fasi: idratanti come la glicerina e l'acido ialuronico per la componente acquosa, emollienti come il burro di karité o l'olio di avocado per quella grassa.

Diffidare, allo stesso tempo, dei claim che promettono di "ripopolare" o "riequilibrare il microbioma": sono affermazioni che richiedono prove di efficacia specifiche, non un ingrediente in etichetta.

La parte onesta

Un cosmetico non ripopola il microbiota: non esiste, a oggi, un prodotto da banco che aggiunga stabilmente microrganismi alla pelle e ne modifichi la composizione in modo duraturo. Quello che una buona formula può fare è più modesto: non danneggiare le condizioni in cui la flora residente lavora bene — pH compatibile, tensioattivi delicati, lipidi restituiti dopo averli rimossi.

C'è poi un limite di conoscenza che è corretto dichiarare. Quello che si sa con sicurezza — chi abita la pelle, che cosa fa, che cosa lo disturba — è solido. Quello che si legge sulle relazioni fra singole specie microbiche e singoli inestetismi è in buona parte ancora in discussione. Distinguere le due cose invece di raccontarle come un'unica storia è il criterio con cui lavoriamo dal 1976.

Infine: se una condizione cutanea non migliora o peggiora, la risposta non è cambiare detergente una quinta volta. È una visita.

Nella Biblioteca degli Ingredienti gli attivi purificanti e lenitivi sono descritti con la loro azione documentata.

Scritto dal Laboratorio Hunger Ricci

Dr. Gabriella Hunger Ricci AG, Novazzano, Canton Ticino. Formuliamo dal 1976.

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