Ci sono pelli che sulla parte esterna delle braccia, sulle cosce, a volte sui glutei o sulle guance hanno una grana ruvida e regolare: piccolissimi rilievi ravvicinati, ognuno centrato su un pelo, che si sentono più di quanto si vedano. A volte sono del colore della pelle, a volte leggermente rossi alla base. Al tatto è una superficie a buccia fine, come una scorza di agrume. Non fa male, non prude quasi mai, e quasi sempre chi ce l'ha lo ha da quando era ragazzino.
Si chiama cheratosi pilare, e viene descritta correntemente come "pelle d'oca permanente". È un'immagine efficace ed è anche l'origine di quasi tutti gli errori che si fanno nel trattarla: perché la pelle d'oca vera è un'altra cosa, e perché quei rilievi non sono brufoli.
Non è pelle d'oca, e non sono brufoli
La pelle d'oca è un fenomeno muscolare. Alla base di ogni follicolo pilifero c'è un piccolo muscolo liscio, il muscolo erettore del pelo, che si contrae in risposta al freddo o a un'emozione improvvisa e solleva il pelo insieme al lembo di pelle attorno. Dura pochi secondi, poi il muscolo si rilassa e la superficie torna liscia. Il follicolo, il suo muscolo erettore e la ghiandola sebacea formano insieme l'apparato pilosebaceo, e nel derma il follicolo non scende dritto ma inclinato di trenta o quaranta gradi.
La cheratosi pilare, invece, non va e non viene. È materiale solido fermo nel punto in cui il pelo esce. Se si passa il polpastrello resta ruvida a temperatura ambiente, sotto la doccia, in agosto e a gennaio, perché non c'è nessun muscolo contratto: c'è un tappo.
E non è nemmeno un brufolo. Nell'acne l'occlusione riguarda un follicolo in cui la ghiandola sebacea sta lavorando: sebo e cheratina si mescolano, il contenuto ristagna, la flora prolifera e arriva l'infiammazione — è la storia dei punti neri. Nella cheratosi pilare il contenuto è quasi solo cheratina, la componente grassa non è il problema, e l'eventuale rossore attorno è una reazione locale, non una pustola. Ecco perché i prodotti pensati per la pelle grassa, usati qui, deludono sistematicamente.
Che cosa si accumula, e dove
L'epidermide è un tessuto in movimento costante. Nello strato basale i cheratinociti si moltiplicano, salgono, e mentre salgono si riempiono di cheratina; nello strato granuloso si appiattiscono, si disidratano, perdono nucleo e organuli, e i granuli di cheratoialina ricchi di filaggrina fanno aggregare i filamenti di cheratina in una struttura compatta. Alla fine del percorso ogni cellula è diventata un corneocita: un foglietto piatto di sola cheratina. Lo strato corneo ne conta mediamente quindici o venti sovrapposti, ed è questo il vero rivestimento della pelle. L'intero rinnovamento, dalla base alla desquamazione, richiede ventotto giorni — è il ritmo che abbiamo descritto nei ventotto giorni della pelle, e non si può accelerare a piacere.
In condizioni normali i corneociti si staccano uno alla volta anche all'imbocco del follicolo. Nella cheratosi pilare, in quel punto preciso, non si staccano: restano attaccati e si accumulano nell'apertura, formando un piccolo cilindro compatto che chiude l'ostio. Il pelo, sotto, continua a crescere e spesso resta imprigionato, arrotolato dentro il tappo. Ecco perché ogni rilievo è centrato su un follicolo, perché la distribuzione segue quella dei peli, e perché la mano sente una grana così regolare: non è una pelle ispessita in modo diffuso, sono centinaia di piccoli tappi tutti uguali.
Perché spremere e strofinare peggiorano
Il tappo non ha un contenuto da far uscire. È cheratina secca e aderente, senza una cavità sotto: premere non lo svuota, comprime il tessuto attorno. Si ottiene un arrossamento che dura giorni e, se la pressione rompe qualcosa, un'infiammazione che lascia un segno pigmentato più visibile del rilievo di partenza.
Lo scrub meccanico insistito ha lo stesso destino: il tappo è incastrato in un'apertura stretta e inclinata, e la forza che servirebbe per cavarlo è maggiore di quella che lo strato corneo intorno sopporta. Il risultato è una pelle più liscia per mezza giornata e più reattiva per una settimana.
C'è poi un'idea che vale la pena smontare, perché circola anche qui: che lavare via i grassi con un detergente energico "asciughi" il problema. Non lo asciuga: una detersione aggressiva non induce la ghiandola sebacea a produrre di più. La ghiandola continua al suo ritmo, regolato dagli ormoni; quello che cambia è che la barriera resta scoperta più a lungo — la condizione in cui questa pelle sta peggio.
La barriera, che qui conta più del tappo
Lo strato corneo tiene insieme i corneociti con un cemento lipidico fatto per il quaranta-cinquanta per cento di ceramidi, per il trenta-quaranta per cento di colesterolo e per circa il quindici per cento di acidi grassi. È quel cemento a limitare l'evaporazione: nello strato corneo l'acqua è il quindici-venti per cento del peso, contro il settanta per cento degli strati epidermici sottostanti. Quando il cemento si impoverisce, l'acqua se ne va più in fretta, la cheratina si irrigidisce e la desquamazione diventa ancora più disordinata. È il meccanismo che abbiamo spiegato a proposito della barriera cutanea e di come si indebolisce.
Su una cheratosi pilare questo conta doppio. Su una barriera integra i tappi restano tappi; su una barriera secca diventano tappi su fondo ruvido e arrossato, e il contrasto al tatto aumenta. Per questo la prima mossa sensata non è un esfoliante: è rendere quella pelle meno secca, tutti i giorni, con glicerina o acido ialuronico che trattengono acqua nello strato corneo, con squalano e insaponificabili di oliva affini al cemento lipidico, e con emollienti veri — burro di karité, olio di avocado, pantenolo allo 0,1-0,5% — che ammorbidiscono la superficie invece di levigarla per abrasione.
Gli acidi: quanto, e a che pH
Gli alfa idrossiacidi sono molecole piccole che penetrano fra i corneociti e allentano i legami di coesione: la desquamazione riprende in modo più ordinato e la superficie diventa più liscia. Il punto che quasi nessuna etichetta spiega è che l'effetto dipende dalla dose. Fra il tre e il cinque per cento un AHA lavora da idratante; è attorno al dieci-quindici per cento, nel caso dell'acido glicolico, che l'azione diventa esfoliante e schiarente. E la concentrazione da sola non basta: l'esfoliazione dipende anche dal pH, perché più il pH è basso più prevale quell'effetto. Due prodotti con la stessa percentuale in etichetta possono comportarsi in modo molto diverso.
Sulle braccia e sulle cosce l'acido glicolico a concentrazione moderata è la scelta più equilibrata, perché allenta la coesione e a basse dosi idrata. Chi non tollera il bruciore può ridurre la frequenza invece di cambiare acido. L'acido salicilico, che è lipofilo e penetra dentro il follicolo, ha senso soprattutto quando i rilievi sono infiammati alla base. La famiglia completa, con i criteri per scegliere, è in AHA e BHA.
C'è infine la vitamina A, che in cosmetica si usa come retinil palmitato: è riepitelizzante e levigante sullo strato corneo, e agisce sul modo in cui la cheratinizzazione avviene, non sul tappo già formato. Vuole tempo e costanza. Le forme acide della vitamina A non sono cosmetici: sono farmaci, e le prescrive il medico.
Estate, inverno e il sole che non è una cura
Molti raccontano che d'estate la pelle appare più liscia e che d'inverno peggiora. La parte solida dell'osservazione è la seconda: nella stagione fredda l'aria secca, il riscaldamento e le docce calde impoveriscono la barriera, e su una barriera impoverita la grana si sente di più. La conclusione pratica è aumentare l'idratazione da ottobre, non aspettare giugno.
Quello che non va dedotto è che il sole faccia bene. L'abbronzatura è un meccanismo di difesa e consiste in due cose insieme: più melanina e un ispessimento dello strato corneo per ipercheratinizzazione. Chiedere più cheratina a una pelle che ne accumula già troppo negli osti follicolari non è una strategia.
Quando serve il medico
La cheratosi pilare in sé non è una malattia e non richiede una diagnosi urgente. Il confronto con un dermatologo serve però quando i rilievi sono molto infiammati e persistono arrossati, quando compaiono per la prima volta in età adulta senza esserci mai stati prima, quando lasciano assottigliamento o perdita di peli nell'area, o quando si accompagnano a prurito importante e a un eczema diffuso. In quei casi i cosmetici non sono lo strumento giusto per decidere. Il criterio con cui separiamo ciò che rientra nella cosmesi da ciò che non ci rientra, e le fonti su cui lavoriamo, sono spiegati in Il laboratorio.
La parte onesta
Nessun cosmetico elimina la cheratosi pilare. È una caratteristica costituzionale del modo in cui quella pelle cheratinizza attorno al follicolo: si può rendere la superficie molto più liscia e il rossore meno evidente, ma il meccanismo resta, e sospendendo il trattamento i tappi si riformano in qualche settimana. Chi promette di "guarirla" vende una cosa che non esiste.
Non esiste nemmeno il risultato rapido. L'epidermide si rinnova in ventotto giorni: una valutazione fatta prima di due cicli completi, cioè di un paio di mesi di applicazione regolare, dice quanto il prodotto è gradevole, non se funziona. E il miglioramento dipende dalla costanza molto più che dalla potenza: una crema emolliente messa ogni sera dopo la doccia batte qualsiasi trattamento aggressivo fatto ogni tanto.
Molte di queste pelli, trattate bene, restano leggermente ruvide al tatto pur diventando uniformi alla vista: è un esito normale, non un fallimento.
Le singole sostanze citate qui — glicerina, acido glicolico, acido salicilico, burro di karité, vitamina A — hanno ciascuna una scheda con meccanismo, concentrazioni d'uso e limiti nella Biblioteca degli Ingredienti.
Scritto dal Laboratorio Hunger Ricci
Dr. Gabriella Hunger Ricci AG, Novazzano, Canton Ticino. Formuliamo dal 1976.
Chi scrive queste pagine e con quali fonti