Chi legge di cosmetici da qualche anno ha incontrato almeno una volta la regola: vitamina A e vitamina C non si usano insieme. Viene ripetuta come se fosse una legge di natura, quasi sempre senza dire da dove venga. In laboratorio è invece una di quelle affermazioni che conviene smontare pezzo per pezzo, perché dentro ci sono una parte vera, una parte che riguarda tutt'altro problema e una parte che non abbiamo modo di verificare. Vale la pena tenerle separate, perché portano a comportamenti diversi davanti allo specchio.
Due molecole che non stanno nemmeno nella stessa fase
La prima cosa da dire è che le due sostanze non si somigliano per niente. La vitamina A, nella forma che si usa in cosmetica, il retinil palmitato, è un olio denso giallo: si scioglie nei grassi, negli oli vegetali e negli oli essenziali, ed è insolubile in acqua. La vitamina C, come si trova in natura in agrumi, frutti di bosco, melone e ortaggi verdi, è esattamente il contrario: idrosolubile.
Dentro una formula questo significa che finiscono in due posti diversi. Una delle ragioni per cui si ricorre all'emulsione è proprio che permette di usare insieme ingredienti idrosolubili e liposolubili, facendoli lavorare in sinergia: una fase acquosa e una fase grassa tenute insieme da un emulsionante che si dispone all'interfaccia. Quindi un cosmetico che contenga entrambe non è un'assurdità chimica: è un problema di formulazione, ed è un problema che si risolve. Con l'ascorbil palmitato, la forma liposolubile della vitamina C, le due finiscono addirittura nella stessa fase. Nelle nostre formule succede: la crema antiossidante della linea Luminesse tiene nello stesso vasetto retinil palmitato, ascorbil palmitato, vitamina E e acido lipoico.
Resta però che "usarli insieme" vuol dire due cose molto diverse. Una è trovarli nello stesso barattolo, e la decide chi formula. L'altra è applicarli uno dopo l'altro sul viso, e la decide chi li usa. Quasi tutte le discussioni che si leggono confondono i due piani.
Da dove nasce il divieto
La versione più diffusa del divieto dice che le due molecole lavorano a valori di pH incompatibili, e che messe insieme si disattivano a vicenda. Qui va fatta una distinzione che riguarda il modo in cui lavoriamo: nei riferimenti su cui si basa questo Magazine troviamo documentata l'instabilità dell'acido ascorbico come tale, e troviamo documentato che per gli idrossiacidi l'effetto dipende sia dalla concentrazione sia dal pH, tanto che più il pH è basso più prevale l'azione esfoliante. Non troviamo invece un valore di pH ottimale per la vitamina A. Per coerenza con il modo in cui scriviamo — e di questo parliamo apertamente nella pagina sul laboratorio — non mettiamo un numero dove non ne abbiamo uno verificato.
C'è poi una confusione di partenza che pesa più di quanto sembri. Molto di quello che si legge sui "retinoidi" riguarda in realtà l'acido transretinoico, che è un derivato di uso dermofarmaceutico e non cosmetico: rigenera, attenua macchie e rughe, stimola la sintesi di collagene, ma è irritante e fotosensibilizzante, e può dare dermatiti, secchezza e desquamazione. Non è la stessa cosa della vitamina A di una crema, e le precauzioni che lo riguardano sono state ereditate per intero da ingredienti che hanno un comportamento diverso. Abbiamo ricostruito chi è chi in un articolo dedicato alla vitamina A in cosmetica.
Che cosa è instabile davvero
Un punto solido c'è, ed è la vitamina C. L'acido ascorbico tal quale è instabile, ed è precisamente per questo che in cosmesi si ricorre a derivati più stabili, come l'ascorbil palmitato che usiamo nelle nostre formule. Quando in etichetta compare Ascorbyl Palmitate anziché Ascorbic Acid, non è un ripiego di qualità inferiore: è il modo ordinario di tenere in piedi la molecola fino alla fine del vasetto. Ne abbiamo scritto nella scheda sulla vitamina C stabilizzata.
I nemici dell'ossidazione in un cosmetico sono quattro e si conoscono bene: ossigeno, luce, calore e metalli. Contro i primi tre si lavora con antiossidanti impiegati come additivi tecnici, in dosi tipiche fra lo 0,01% e lo 0,5%, e con scelte di confezionamento: dispositivi airless, contenitori non trasparenti, nessun contenitore metallico, stoccaggio al riparo da luce e calore. Contro i metalli si usano i chelanti — fitati, citrati, GLDA — che allo 0,05–0,2% catturano gli ioni di ferro e rame che catalizzano la perossidazione degli acidi grassi insaturi. Sono gli ingredienti meno affascinanti dell'INCI e insieme quelli che decidono se un prodotto arriverà intero alla fine, come abbiamo raccontato parlando di antiossidanti e chelanti.
Tradotto: l'instabilità della vitamina C è un problema di chi formula e di chi conserva il prodotto, non un problema di che cosa si applica mezz'ora prima sul viso.
Gli antiossidanti non si annullano: si rigenerano
Qui il divieto si capovolge. La combinazione di vitamina C e vitamina E è una delle sinergie antiossidanti classiche della formulazione, proprio perché le due si sostengono a vicenda. L'acido alfa-lipoico, antiossidante sia in fase acquosa sia in fase lipidica, rigenera l'attività antiossidante delle vitamine A, C ed E e del glutatione. Il coenzima Q10, a sua volta, può rigenerare la vitamina E dalla forma ossidata esattamente come fa la vitamina C.
Esiste anche una ripartizione del lavoro fra vitamina A e vitamina E che vale la pena conoscere: la prima agisce soprattutto a livello epidermico, la seconda a livello dermico. Sono quindi complementari per sede d'azione, non concorrenti. L'idea che due antiossidanti vicini si distruggano è il contrario di come funziona una rete antiossidante.
La variabile vera è la tolleranza
Se un motivo serio per non sovrapporre tutto nella stessa sera esiste, non è chimico: è la pelle. La vitamina A richiede cautela nell'esposizione al sole dopo l'applicazione, e nella sua forma acida è apertamente irritante. Agisce aumentando la proliferazione dei cheratinociti e lo spessore epidermico: è un attivo che interviene sul rinnovamento, e il rinnovamento accelerato ha un costo in termini di comfort.
A questo si aggiunge il comportamento degli idrossiacidi, che quasi nessuno usa isolati. Gli alfa idrossiacidi come l'acido glicolico hanno un'azione che dipende dalla dose — intorno al 3–5% è idratante, al 10–15% diventa esfoliante e schiarente — e il loro meccanismo è penetrare fra i corneociti allentando i legami di coesione. Da lì deriva un effetto che va letto con attenzione: aumentano la penetrazione degli altri principi attivi presenti nella formula. I nostri riferimenti li indicano come sinergici con la vitamina A, ed è vero; ma una maggiore penetrazione riguarda tutto quello che c'è nel prodotto, compreso ciò che irrita. Su una barriera già provata, è lì che una routine va in sofferenza, non nel presunto conflitto di pH. Su come scegliere un esfoliante abbiamo scritto una guida a parte.
Le incompatibilità che esistono davvero
Visto che siamo in tema, vale la pena nominare un paio di incompatibilità documentate, che nessuno cita mai. I tensioattivi anionici e quelli cationici sono chimicamente incompatibili fra loro: è il motivo per cui certe combinazioni di detergente e condizionante non funzionano. I tensioattivi non ionici, al contrario, non risentono del pH, ed è una delle ragioni della loro diffusione nelle emulsioni.
Poi c'è una questione di ordine di applicazione che conta più della sequenza degli attivi. I siliconi ad alto peso molecolare restano in superficie e impediscono la penetrazione dei principi attivi che veicolano: un prodotto ricco di dimeticone a catena lunga applicato prima di un siero non lo potenzia, lo blocca. Se in una routine qualcosa non arriva, molto spesso è questo e non un'incompatibilità fra vitamine.
Mattina e sera: la separazione ha senso lo stesso
La conclusione pratica resta quella che circola, ma per ragioni diverse da quelle che si sentono raccontare. La vitamina A la sera, perché richiede prudenza rispetto al sole. La vitamina C al mattino, perché è un antiossidante e il carico di radicali liberi — generati da raggi UV, inquinamento, fumo, stress — si concentra nelle ore in cui si sta fuori. In più, separandole si riduce il numero di attivi che chiedono qualcosa alla pelle nello stesso momento, che è il vero criterio.
Un avvertimento che non ammette sconti: la vitamina C inibisce la formazione di melanina ed è un classico fra gli schiarenti, ma qualunque trattamento schiarente è inutile o controproducente senza una fotoprotezione quotidiana ad alto fattore. Le macchie recidivano sistematicamente con la riesposizione. E nessun risultato si valuta in una settimana: i tempi reali li abbiamo messi in fila in quanto tempo serve prima di giudicare un cosmetico.
La parte onesta
Non sappiamo dire se nel vostro specifico siero la vitamina C perda efficacia quando segue la vitamina A: dipende dal derivato impiegato, dalla formula, dal confezionamento e dal tempo trascorso dall'apertura, e nessuno di questi dati è leggibile dall'etichetta. Quello che possiamo dire è che il divieto categorico non ha, nei riferimenti su cui lavoriamo, una base solida come viene presentata, e che il fattore che vediamo determinare davvero l'esito di una routine è la tolleranza cutanea.
Un cosmetico con vitamina A lavora sull'epidermide e sul rinnovamento; la vitamina C è un antiossidante e un inibitore della sintesi di melanina. Nessuno dei due rimuove una macchia conclamata, nessuno dei due sostituisce la fotoprotezione, e il derivato acido della vitamina A che dà i risultati più visibili è dermofarmaceutico, non cosmetico: se l'obiettivo è quello, la strada passa dal medico, non dallo scaffale. Se la pelle brucia, pizzica o desquama, il problema non è l'ordine dei prodotti ma il loro numero: si toglie, non si aggiunge.
Le singole molecole nominate qui hanno ciascuna la propria scheda nella Biblioteca degli Ingredienti, con quello che se ne sa e quello che non se ne sa.
Scritto dal Laboratorio Hunger Ricci
Dr. Gabriella Hunger Ricci AG, Novazzano, Canton Ticino. Formuliamo dal 1976.
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