Rughe del collo: perché si vedono prima

|Laboratorio Hunger Ricci
Un foglio di carta chiara piegato a fisarmonica, in piedi su uno sfondo diviso in diagonale fra rosa scuro e bianco osso.

Il collo è la zona che quasi tutti scoprono allo specchio in ritardo. Si cura il viso per anni, e un giorno si nota che sotto il mento la pelle si comporta in modo diverso: linee orizzontali visibili anche a testa ferma, una grana meno compatta, a volte una punteggiatura di colore che sul viso non c'è. La spiegazione che circola di più è che la pelle del collo sia più sottile di quella del viso. È una frase comoda, ed è esattamente il tipo di frase che in laboratorio siamo abituati a controllare prima di ripeterla.

Che cos'è una ruga, prima di parlare di collo

Una ruga non è un segno che compare sulla superficie: è il risultato visibile di quello che succede sotto. Tre fattori la determinano insieme, e vale la pena tenerli distinti, perché rispondono a cose diverse: la ridistribuzione del grasso, la perdita di elasticità e la mimica, cioè il movimento ripetuto. Ne abbiamo parlato in dettaglio quando abbiamo spiegato perché le rughe arrivano proprio in quei punti e non altrove.

La perdita di elasticità riguarda il derma, il tessuto di sostegno sotto l'epidermide. Lì vivono due famiglie di fibre con compiti diversi. Le fibre collagene sono le più abbondanti, rigide, organizzate in fasci: sono responsabili della resistenza alla trazione. Le fibre elastiche, costituite prevalentemente da elastina, formano invece una rete tridimensionale che dà elasticità, cioè la capacità del tessuto di tornare alla forma di partenza dopo essere stato deformato. È quest'ultima proprietà, non la prima, a decidere se una piega si riapre o resta: la scheda sul collagene spiega perché la distinzione conta anche in etichetta.

Il rimodellamento di queste fibre è affidato a un gruppo di enzimi, le metalloproteasi (MMP), che demoliscono collagene, elastina e altre componenti della matrice per permetterne il rinnovamento. In condizioni normali lavorano in equilibrio con i loro inibitori naturali, i TIMP. Quando l'equilibrio si rompe — stress ossidativo, invecchiamento, danno cutaneo — le MMP degradano più di quanto venga ricostruito, e il risultato è perdita di elasticità e formazione di rughe. Questo è il vero bersaglio degli attivi anti-età: non "riempire" una piega, ma ridurre l'attivazione eccessiva di quegli enzimi.

Il luogo comune della pelle più sottile

Veniamo alla frase da cui siamo partiti. Lo spessore della pelle varia molto da zona a zona: si va da circa 0,2 mm sulle palpebre fino a 3 mm su dorso, nuca e palmi. La nuca, cioè la parte posteriore del collo, rientra quindi fra le aree a pelle spessa, non fra quelle sottili.

Sulla regione anteriore, dove si formano le linee orizzontali, un valore di spessore non compare nei riferimenti che usiamo. Potremmo dedurlo per analogia con il contorno occhi: sarebbe comodo e sarebbe scorretto, quindi non lo scriviamo. Il modo in cui scegliamo le fonti e i limiti che ci diamo sono descritti nella pagina Il laboratorio.

Stesso discorso per l'altra affermazione ricorrente, quella secondo cui il collo avrebbe "poche ghiandole". Le ghiandole sebacee si trovano nel derma su tutta la superficie corporea tranne il palmo della mano e la pianta del piede, e normalmente sboccano dentro il follicolo pilifero. Sul collo, quindi, ci sono. Quanto siano dense rispetto alla fronte o al naso è un confronto che non abbiamo verificato, e non lo useremo come spiegazione.

Che cosa resta, allora? Due fattori concreti, entrambi meccanismi noti: il movimento e il sole.

Una piega ripetuta migliaia di volte al giorno

Il collo si flette, si estende e ruota in continuazione: ogni volta che si guarda in basso verso uno schermo, che si annuisce, che ci si gira. È un'articolazione mobile coperta di pelle, e la pelle segue. La mimica — il movimento ripetuto — è uno dei tre meccanismi che generano rughe, e qui agisce con una frequenza che poche altre zone conoscono.

Finché la rete elastica del derma è integra, la piega si riapre ogni volta. Man mano che quella rete si degrada, la stessa piega si riapre un po' meno, e a un certo punto resta disegnata anche a riposo. È la ragione per cui i segni di questa zona tendono a disporsi in orizzontale: seguono la direzione in cui la pelle viene compressa dal movimento, non una direzione casuale.

Vale la pena ricordare che cosa si piega. In superficie c'è lo strato corneo: mediamente quindici-venti strati di corneociti tenuti insieme da un cemento lipidico di ceramidi (40-50%), colesterolo (30-40%) e acidi grassi (circa il 15%). Il suo contenuto d'acqua è del 15-20%, contro il 70% degli strati epidermici sottostanti: è una struttura per natura poco idratata, e quando lo è ancora meno diventa rigida e meno tollerante alla deformazione. Come funziona questa architettura, e perché si indebolisce, lo abbiamo spiegato parlando della barriera cutanea.

Il sole, la causa su cui si può davvero intervenire

Il collo, la scollatura e la nuca sono scoperti per gran parte dell'anno e quasi mai protetti con la stessa costanza del viso. Questo conta, perché il fotoinvecchiamento è un processo distinto dall'invecchiamento cronologico e si somma a esso: abbiamo messo i due a confronto nell'articolo su invecchiamento intrinseco e photoaging.

La parte dello spettro che pesa di più qui è quella degli UVA (320-400 nm), che penetrano profondamente e sono associati a photoaging — elastosi, macchie, rughe — e a immunosoppressione cutanea. Gli UVB (280-320 nm) sono invece responsabili di eritema e abbronzatura, partecipano alla sintesi della vitamina D e hanno un ruolo nella carcinogenesi. Il collegamento è diretto: raggi ultravioletti e radicali liberi attivano in eccesso le metalloproteasi, ed è su quel punto che agiscono fotoprotezione e antiossidanti.

Tre dettagli che sul collo vengono quasi sempre trascurati. L'SPF misura la protezione dagli UVB, non dagli UVA — un SPF 30 significa che serve trenta volte la dose per arrivare allo stesso eritema; per gli UVA bisogna cercare in etichetta il simbolo dedicato o il valore PPD. La quantità di riferimento è di 2 mg per centimetro quadrato, e il collo si salta quasi sempre del tutto. Il rinnovo va fatto ogni due ore e dopo il bagno. Su quantità e tempi abbiamo scritto una guida dedicata, quanta protezione solare mettere e ogni quanto; sui filtri minerali, la scheda del biossido di titanio spiega come si comportano sulla pelle. Un antiossidante topico come la vitamina C stabilizzata affianca la protezione, non la sostituisce.

Le macchie che arrivano insieme alle pieghe

Sul collo e sul décolleté il fotoinvecchiamento si manifesta spesso prima come alterazione del colore che come piega. Due quadri compaiono con regolarità, opposti fra loro. Le lentigo solari, chiamate anche macchie senili, sono ipercromie legate proprio al photoaging. L'ipomelanosi guttata è il fenomeno inverso: macchioline bianche, anch'esse da photoaging, che sul collo abbronzato si notano più che altrove.

Sulle ipercromie si lavora con depigmentanti come l'alfa-arbutina, l'acido kojico e la vitamina C, con esfolianti come l'acido glicolico e con i retinoidi, sempre con una protezione solare rigorosa: senza, il risultato si annulla. Sull'ipomelanosi guttata, invece, la cosmesi non ha una risposta: non è pigmento in eccesso da schiarire, è pigmento che manca. Qualsiasi lesione pigmentata che cambia forma, colore o dimensione va mostrata al medico, non trattata con una crema.

Che cosa mettere sul collo, e con quale aspettativa

La logica è la stessa del viso, con una prudenza in più perché è una zona che si irrita facilmente. Tre categorie fanno tre cose diverse, e confonderle è il motivo per cui molte routine non funzionano. Gli idratanti richiamano e trattengono acqua nello strato corneo: la glicerina e l'urea appartengono a questa famiglia. Gli emollienti sono i grassi che ammorbidiscono e rendono la superficie più scorrevole, come il burro di karité. Gli occlusivi formano un film che rallenta l'evaporazione dell'acqua. Una formula sensata per il collo di solito le contiene tutte e tre.

Fra gli attivi che agiscono sulla matrice i retinoidi restano la famiglia con il supporto più solido, ma sul collo vanno introdotti con gradualità: concentrazioni basse, poche sere a settimana, adattamento più lungo che sul viso. Una forma intermedia come la retinaldeide è spesso il compromesso più gestibile. In gravidanza i retinoidi non si usano: è una valutazione che spetta al medico.

Sui tempi, un'indicazione vincolante: l'epidermide si rinnova in circa ventotto giorni. Prima di un paio di cicli completi non ha senso giudicare un prodotto, e i cambiamenti che riguardano il derma richiedono molto più tempo di quelli che riguardano la superficie.

La parte onesta

Un cosmetico applicato sul collo idrata lo strato corneo, lo rende più morbido e ne migliora l'aspetto ottico. Con un antiossidante e una protezione solare costante può contribuire a rallentare la quota di danno da raggi ultravioletti. Questo è tutto, ed è già qualcosa.

Quello che non fa: non ricostruisce un derma che ha perso fibre elastiche, non riapre una piega di flessione già impressa, non agisce sul grasso sottocutaneo né sul tono dei muscoli sottostanti. Non esiste inoltre una ragione formulativa per cui una crema venduta come "specifica per il collo" debba fare qualcosa che una buona crema viso non fa: nella maggior parte dei casi è la stessa base in una confezione diversa. Averne una separata per comodità di gesto va benissimo; non aspettiamoci un meccanismo in più.

C'è infine un confine che riguarda il medico. Cedimento marcato del profilo, bande verticali evidenti, un cambiamento rapido dell'aspetto della zona o una lesione pigmentata che si modifica sono situazioni da far valutare a un dermatologo o a un medico estetico: le tecniche che agiscono sulla struttura profonda non sono cosmesi.

Per capire che cosa fa davvero ciascun ingrediente citato qui si può partire dalla Biblioteca degli Ingredienti: ogni scheda ne riporta funzione, limiti e contesto d'uso.

Scritto dal Laboratorio Hunger Ricci

Dr. Gabriella Hunger Ricci AG, Novazzano, Canton Ticino. Formuliamo dal 1976.

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