Cosmetici senza parabeni: cosa significa e cosa c'è al loro posto

|Laboratorio Hunger Ricci
Tre flaconi di vetro ambrato allineati su uno sfondo diviso in diagonale fra giallo senape e bianco osso

La scritta «senza parabeni» è una delle più diffuse sulle confezioni e una delle meno informative. Dice che cosa in quel prodotto non c'è, e si ferma lì: non dice che cosa sia stato messo al suo posto, né se sia stato messo qualcosa. In laboratorio la domanda davanti a una formula con acqua non è mai «ci sono i parabeni?», ma «come viene protetta dai microrganismi questa formula, anche dopo che sarà stata aperta e toccata con le dita?». La risposta si legge in etichetta.

In breve

  • «Senza parabeni» è una dicitura di assenza: dice che cosa manca, non come il prodotto è conservato.
  • Ogni cosmetico che contiene acqua ha bisogno di un sistema conservante. L'assenza totale di conservanti in una formula acquosa è un problema, non un pregio.
  • In Europa un conservante si può usare solo se compare nell'Allegato V del Regolamento (CE) 1223/2009, con la concentrazione massima che quella lista stabilisce.
  • Si usa quasi sempre una miscela di conservanti, non uno solo: copre uno spettro più ampio di microrganismi e permette quantità più basse di ciascuno.
  • Un prodotto anidro (un olio, un burro, una polvere) non ha bisogno di conservanti, perché senza acqua i microrganismi non crescono.

Che cosa dice davvero l'etichetta «senza parabeni»

Le indicazioni obbligatorie su una confezione cosmetica sono otto, elencate dal Regolamento (CE) 1223/2009: persona responsabile stabilita nell'Unione Europea, contenuto nominale, data di durata minima oppure il simbolo del vasetto aperto con i mesi di validità dopo l'apertura, precauzioni d'impiego, numero di lotto, paese d'origine per i prodotti fabbricati fuori dall'Unione, funzione del prodotto se non è evidente, ed elenco completo degli ingredienti in nomenclatura INCI, preceduto dalla parola «INGREDIENTS:».

Dentro quelle otto voci, «senza parabeni» non compare: è una frase che il produttore sceglie di scrivere, non un'informazione che la legge gli chiede. E siccome è una frase di assenza, non ha un corrispettivo: nessuno è tenuto a dichiarare con che cosa ha sostituito ciò che ha tolto. Quell'informazione c'è lo stesso, ma sta in fondo all'elenco INCI, dove quasi nessuno arriva.

Non entriamo nel merito del singolo conservante, perché non è questo il punto utile per chi legge un'etichetta. Il punto è un altro: in Europa un conservante può essere impiegato in un cosmetico solo se figura nell'Allegato V del Regolamento, la lista positiva dei conservanti ammessi con le rispettive concentrazioni massime. Fuori da quella lista non si usa; dentro quella lista si usa entro il limite scritto. Su che cosa possiamo e non possiamo dire di una formula abbiamo scritto chi siamo e con quali fonti lavoriamo.

Perché un prodotto con acqua va conservato

Un cosmetico è un terreno ospitale per batteri, muffe e lieviti, e più è ricco d'acqua più lo è. Una crema, un tonico, un gel contengono acqua in percentuali alte; dopo l'apertura sono esposti all'aria, alle dita, a bagni caldi e umidi.

Un cosmetico non deve essere sterile: non lo è e non ha senso che lo sia. Deve però avere una carica microbica controllata ed essere esente dai patogeni che contano, in particolare Candida albicans, Escherichia coli, Pseudomonas aeruginosa e Staphylococcus aureus. Il requisito tecnico si chiama autopreservazione: la formula deve neutralizzare da sé una contaminazione. Si verifica con il challenge test, in cui si inoculano deliberatamente batteri, lieviti e muffe nel prodotto e si misura in quanto tempo il sistema conservante li abbatte.

Il rovescio della medaglia è semplice: i prodotti anidri, cioè senza acqua, non hanno questo problema. Un olio, un burro, una cera, una polvere come l'argilla bianca da idratare al momento non richiedono challenge test, perché i microrganismi senza acqua non proliferano. Hanno un problema diverso, l'ossidazione dei grassi insaturi, che si affronta con gli antiossidanti e i chelanti. Chi non trova conservanti in un olio puro non ha trovato un prodotto più «pulito»: ha trovato un prodotto che non ne ha bisogno.

Perché si usa una miscela e non un conservante solo

Nelle formule con acqua non si impiega quasi mai un conservante singolo, per due ragioni tecniche precise. La prima è la selettività: molti conservanti sono efficaci su alcune famiglie di microrganismi e deboli su altre, e per una copertura completa servono competenze diverse messe insieme. La seconda è la sinergia: una miscela ben costruita funziona a dosaggi più bassi di quelli che servirebbero a ciascun componente da solo, e un dosaggio più basso significa un rischio di sensibilizzazione più contenuto.

Il conservante ideale, quello che in formulazione si insegue senza mai raggiungerlo del tutto, sarebbe attivo a bassa concentrazione, efficace su un intervallo ampio di pH e su uno spettro ampio di microrganismi, incolore e inodore, non tossico né irritante alle concentrazioni consentite, e rispettoso della flora residente della pelle. Quest'ultimo punto è il più delicato: la pelle ospita una comunità microbica con una sua funzione protettiva, il microbiota cutaneo.

Esistono poi sostanze che hanno proprietà antimicrobiche senza essere conservanti in senso stretto: alcuni oli essenziali, alcoli, glicoli, certi estratti vegetali. L'estratto di semi di pompelmo è l'esempio più noto in questa categoria. Vanno intesi per quello che sono, un supporto che affianca il sistema conservante, mai un sostituto che lo rende superfluo.

Che cosa c'è, al posto loro, nelle nostre formule

Nei cosmetici del laboratorio il sistema conservante si costruisce su un numero ristretto di scelte, sempre le stesse.

Il fenossietanolo è il conservante di riferimento delle emulsioni e dei prodotti acquosi, associato a Ethylhexylglycerin e Caprylyl Glycol: queste due non sono conservanti veri e propri, appartengono a quelle sostanze che hanno una propria attività antimicrobica e si impiegano a supporto del sistema conservante, permettendo di contenere la quantità del conservante principale. Il sorbato di potassio è l'altro nome ricorrente nelle nostre etichette, e completa la copertura. A questi si aggiunge, in alcune formule, il sodio metabisolfito.

Accanto a questi lavorano i chelanti, come il fitato di sodio e il tetrasodio glutammato diacetato, e gli antiossidanti, in primo luogo la vitamina E. Non sono conservanti, ma ne potenziano l'azione: legando ioni metallici come ferro e rame catturano anche calcio e magnesio, necessari alla stabilità delle membrane dei microrganismi e all'attività dei loro enzimi. Il discorso completo sta nell'articolo dedicato ai conservanti e a cosa servono davvero.

Come si riconosce il sistema conservante in un INCI

Gli ingredienti sono elencati in ordine decrescente di concentrazione: al primo posto il più abbondante, che nelle formule acquose è quasi sempre l'acqua, Aqua. C'è però una regola che cambia tutto in fondo alla lista: sotto l'1% il produttore può elencare le materie prime nell'ordine che preferisce. I conservanti si usano a percentuali basse, ed è esattamente lì che si trovano, dove l'ordine non è più indicativo della quantità.

La stessa regola vale per gli attivi, ed è lì che diventa interessante: un attivo dichiarato in grande sulla confezione e scritto in INCI dopo i conservanti è presente a una percentuale minima. Questo sì che è un dato utile.

Un'altra lettura che inganna riguarda la glicerina, che è un idratante e compare spesso in posizione alta. Gli estratti vegetali sono quasi sempre veicolati in glicerina o in un glicole, anche in rapporto 1:100, e il solvente di estrazione va dichiarato per la percentuale che rappresenta sul prodotto finito. Trovare glicerina in alto e l'estratto molto più in basso non indica una formula povera: indica come quell'estratto è stato portato dentro la formula.

Infine il profumo: compare come Parfum, e i suoi allergeni dichiarabili sono riportati separatamente con il loro nome, come il limonene, quando superano lo 0,001% nei prodotti che restano sulla pelle e lo 0,01% in quelli da risciacquare. Sono soglie di dichiarazione, non di pericolo, e le abbiamo spiegate negli allergeni delle fragranze in etichetta.

Un'ultima cosa che nell'INCI non si legge e conta quanto la formula: il contenitore. Un vasetto a collo largo espone molta più superficie all'aria e alle dita di un flacone con dosatore, e i sistemi airless sono oggi il modo più efficace di ridurre la contaminazione dopo l'apertura.

Domande frequenti

Senza parabeni significa che il prodotto è più sicuro?

No, non è un'informazione sulla sicurezza. È un'informazione sull'assenza di una famiglia di sostanze, e non dice nulla su ciò che è stato usato al suo posto. Un prodotto acquoso deve comunque essere conservato, e la domanda utile riguarda il sistema conservante nel suo insieme, non la singola molecola che manca.

Un cosmetico senza conservanti esiste?

Esiste se non contiene acqua. Oli, burri, cere e polveri sono prodotti anidri e non hanno bisogno di conservanti, perché senza acqua batteri, muffe e lieviti non proliferano. In una formula che contiene acqua, l'assenza totale di conservanti è un difetto di sicurezza, non un pregio.

Come si riconosce il conservante in etichetta?

Si guarda l'ultimo tratto dell'elenco INCI, dove si trovano gli ingredienti presenti sotto l'1%. Nei nostri prodotti i nomi da cercare sono Phenoxyethanol, spesso insieme a Ethylhexylglycerin e Caprylyl Glycol, e Potassium Sorbate. Sotto l'1% l'ordine non rispecchia più le quantità relative.

Perché due conservanti e non uno?

Perché quasi nessun conservante copre da solo tutti i microrganismi: alcuni sono efficaci sui batteri, altri su lieviti e muffe. Una miscela copre lo spettro completo e, grazie all'effetto sinergico, permette di usare dosaggi più bassi di ciascun componente. Meno quantità significa anche minore rischio di sensibilizzazione.

I conservanti danneggiano la flora batterica della pelle?

Un buon sistema conservante è progettato per non impattare negativamente sulla flora residente: è uno dei requisiti del conservante ideale. Resta un equilibrio delicato, ed è una delle ragioni per cui si preferiscono miscele a dosaggi contenuti rispetto a un conservante singolo ad alta concentrazione.

La parte onesta

Un sistema conservante non migliora la pelle. Non idrata, non leviga, non fa nulla di ciò che una persona si aspetta da una crema: serve perché il prodotto, nei mesi in cui resta aperto sul lavandino, continui a essere quello che era il giorno dell'apertura. Si nota solo quando manca, e quando manca si nota male.

E non possiamo dire che un conservante sia «buono» o «cattivo» in assoluto. Possiamo dire entro quali limiti la legge ne consente l'uso e perché in una certa formula abbiamo scelto quello e non un altro. Chi promette un cosmetico acquoso che si conserva da solo, senza dire come, sta semplificando qualcosa che non si può semplificare.

C'è un ultimo limite, ed è il più importante: se la pelle reagisce in modo ripetuto a più prodotti diversi, nessuna lettura dell'etichetta sostituisce un test allergologico. Riconoscere un ingrediente in un elenco è utile per capire; stabilire se una persona è sensibilizzata a quell'ingrediente è un lavoro medico, e va fatto dal dermatologo.

Le schede dei singoli ingredienti, con la loro funzione e i loro limiti, stanno nella Biblioteca degli Ingredienti.

Scritto dal Laboratorio Hunger Ricci

Dr. Gabriella Hunger Ricci AG, Novazzano, Canton Ticino. Formuliamo dal 1976.

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