Fitoattivi: come contribuiscono al benessere della pelle

|Laboratorio Hunger Ricci
Mortaio di pietra con erbe pestate su campo verde

«Fitoattivo» è una parola che in etichetta non esiste e nel marketing si trova ovunque. Vale la pena rimetterla al suo posto: un fitoattivo è una sostanza di origine vegetale selezionata per un'azione cosmetica documentata, non un estratto qualsiasi messo in formula perché il nome di una pianta sulla confezione vende meglio.

La differenza fra le due cose non si vede dal fronte della confezione. Si vede da come l'estratto è stato ottenuto, da quanto ce n'è, e da che cosa si sostiene che faccia.

Che cosa rende «attivo» un estratto

Una pianta cosmetica funziona a una condizione: che l'estratto conservi tutti gli elementi della frazione attiva. È una frase che sembra ovvia e non lo è, perché lungo la filiera si perde molto. Un estratto ottenuto male, conservato male o dosato troppo in basso contiene il nome della pianta e non la sua funzione.

Contano tre cose. La parte della pianta: il fiore, la foglia, la radice e il seme hanno composizioni diverse, ed è per questo che l'INCI le distingue. Il metodo di estrazione, che decide quali molecole passano nell'estratto e quali restano indietro. La concentrazione nel prodotto finito, che è l'informazione che l'etichetta, sotto l'uno per cento, non è tenuta a rivelare.

Da qui una conseguenza pratica: davanti a un estratto vegetale in fondo alla lista non si può concludere né che ci sia poco né che ci sia abbastanza. Su come si legge davvero una lista ingredienti abbiamo scritto una guida a parte.

Le famiglie funzionali

Le piante cosmetiche si raggruppano meglio per famiglia di molecole che per nome comune, perché è la molecola a spiegare l'azione.

Mucillagini — ammorbidenti e idratanti. Sono polisaccaridi che trattengono acqua e formano un film protettivo in superficie. Fra le piante che ne sono ricche c'è la malva, che le cede alla formula sotto forma di estratto. Utili sulle pelli che tirano e sulle cuti reattive, perché lavorano senza stimolare.

Tannini — astringenti e sebonormalizzanti. Restringono gli orifizi follicolari e riducono l'untuosità superficiale. Hamamelis, bardana. Sono la base storica dei tonici per pelle grassa.

Flavonoidi e saponine — protettori del microcircolo. Rinforzano la parete capillare e contrastano il ristagno di liquidi. Ippocastano, edera, rusco, vite rossa, mirtillo, ginkgo. È la famiglia dei trattamenti gambe e di quelli per la couperose.

Flavonoidi lenitivi — antinfiammatori di superficie. Calendula, camomilla — da cui si isola il bisabololo — centella asiatica, liquirizia.

Fenoli e acidi organici — purificanti. La Melaleuca alternifolia, cioè il tea tree. Azione antibatterica di superficie, preziosa sulle pelli a tendenza acneica.

Steroli e semi oleosi — nutrienti e riepitelizzanti. Avocado, argan, insaponificabili di oliva; echinacea e ginseng. Ha invece un ruolo tonificante l'eleuterococco, il cosiddetto ginseng siberiano, scelto per le pelli spente e stanche.

Una nota che pochi conoscono: echinacea ed edera hanno anche un'azione anti-ialuronidasica, cioè si oppongono all'enzima che degrada l'acido ialuronico del derma. È un meccanismo indiretto e interessante, e va raccontato per quello che è: un contributo, non una ricostruzione del derma.

Perché la stessa pianta compare due volte

Gli estratti si dividono per solubilità, e questo decide in quale parte della formula finiscono.

Gli estratti idrosolubili si ottengono con glicerolo o glicole propilenico e vanno nella fase acquosa: tonici, gel, lozioni. Gli estratti liposolubili si ottengono con un olio vegetale, di norma girasole o mais, e vanno nella fase grassa. Gli estratti in polvere servono per le maschere e i prodotti anidri.

Una formula ben costruita può contenere l'estratto idro- e quello liposolubile della stessa pianta, per raggiungere sia le strutture di superficie sia quelle lipidiche. Trovare due volte lo stesso nome botanico in un INCI, con due forme diverse, non è una ridondanza: di solito è un segno che chi ha formulato sapeva cosa stava facendo.

C'è poi la questione della diluizione. Gli estratti sono spesso veicolati in glicerina in rapporto uno a cento, e la legge impone di dichiarare il solvente secondo la sua percentuale reale. È il motivo per cui la glicerina compare in alto e l'estratto molto più in basso, senza che questo dica nulla sulla generosità della formula.

Gli oli essenziali sono un'altra cosa

Vengono spesso messi nello stesso mucchio degli estratti, e non c'entrano quasi niente. Sono miscele di sostanze volatili, oleose, insolubili in acqua, ottenute per distillazione in corrente di vapore o — per gli agrumi — per spremitura a freddo della buccia.

Hanno tre caratteristiche che li rendono utili e insieme delicati da maneggiare. Penetrano e favoriscono l'assorbimento delle sostanze a cui sono associati. Sono liposolubili, quindi agiscono anche da solventi sui lipidi cutanei. Hanno azione antisettica in misura variabile: limone, lavanda, rosmarino, salvia, tea tree.

Da qui le regole, che non sono formalità. Mai puri sulla pelle: sempre diluiti in un olio vettore o dentro una formula. Gli oli essenziali di agrumi sono fototossici e non vanno applicati prima dell'esposizione al sole. Su pelle sensibile, reattiva o atopica serve un test di tollerabilità. E molti dei loro costituenti — limonene, linalool, geraniolo, citrale, eugenolo — sono allergeni a dichiarazione obbligatoria in etichetta oltre soglie molto basse.

Il limite di quello che si può dire

Qui arriva la parte che separa la divulgazione seria dalla pubblicità mascherata da divulgazione.

La norma è netta: l'azione attribuita a un ingrediente non può essere estesa automaticamente al prodotto che lo contiene. Che la centella asiatica abbia un ruolo documentato nei processi riparativi non autorizza a dire che una crema che la contiene «ripara». Perché un cosmetico possa vantare una funzione, quella funzione va documentata sul prodotto finito, con prove di efficacia.

C'è un secondo limite, ancora più a monte. Un cosmetico si applica su pelle sana e non ha finalità terapeutica: non cura e non guarisce. Un fitoattivo con una lunga tradizione d'uso medicinale, messo in una crema, resta un ingrediente cosmetico e va raccontato come tale.

E infine il termine «naturale», che la normativa europea non ha mai definito in modo vincolante. Esistono disciplinari privati, con criteri diversi fra loro, e una norma tecnica internazionale — la ISO 16128 — che fornisce definizioni condivise ma non certifica nulla. Ne abbiamo scritto in «naturale» in etichetta.

La parte onesta

Vegetale non significa innocuo, e di sintesi non significa aggressivo. Alcune delle molecole più irritanti che si incontrano in cosmesi sono di origine vegetale, e alcuni fra i sistemi più tollerati sono di sintesi. La domanda utile non è da dove viene un ingrediente, ma che cosa fa, in che quantità, e se chi lo mette in formula è in grado di dimostrarlo.

Quello che i fitoattivi fanno bene è un lavoro di coadiuvanza: sostengono funzioni che la pelle ha già, lavorano su tempi lunghi, e danno il meglio quando sono associati fra loro in modo coerente invece che accumulati per fare numero sull'etichetta.

Ogni pianta citata in questa pagina, insieme agli altri ingredienti delle nostre formule, ha una scheda con nome INCI, azione cosmetica e meccanismo nella Biblioteca degli Ingredienti. Se volete capire come una molecola arriva dove deve arrivare, il percorso è raccontato in come un attivo entra nella pelle.

Scritto dal Laboratorio Hunger Ricci

Dr. Gabriella Hunger Ricci AG, Novazzano, Canton Ticino. Formuliamo dal 1976.

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